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I misteri delle soffitte

I misteri delle soffitte

Carolina Invernizio

Gotico, Romantico

 

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Estratto dall'ebook:

 

I

Era la notte del giovedì grasso. Nessuno si ricordava di un inverno mite come quello, e il carnevale aveva uno sfogo inusitato.

I ricchi se la spassavano nei palazzi; il popolo nelle osterie, sotto i portici, alla fiera, ai balli pubblici.

I veglioni erano affollati e, come il solito, più di tutti si mostrava animato quello dello Scribe.

Fra le maschere che avevano fatto il loro ingresso colà dopo la mezzanotte, vi era un domino femminile elegantissimo, troppo elegante, che stonava in quell’ambiente volgare.

Veniva forse in cerca di un’avventura galante? Aveva un appuntamento?

Una folla di studenti le fece cerchio.

- Cerchi me, bella principessa? - gridò uno di essi, un giovane allampanato, giallo come un limone. - Io sono disposto a darti tutto il mio cuore.

- Va’ là, poeta da quattro soldi! La bella è in cerca di un Trovatore dei tempi antichi, che sappia difenderla dagli audaci, piegare il ginocchio dinanzi a lei, e forse gli mostrerà appena la punta del suo bel nasino. -

Il domino, che fissava i suoi occhi grigi su quel gruppo di giovani e pareva studiasse la fisionomia di ognuno, disse con voce armoniosa:

- Hai indovinato, mio caro, ed ecco su chi faccio cadere la mia scelta. -

E posò la mano inguantata sulla spalla di un bel giovane dal volto leale, con occhi nerissimi e capelli biondi.

Scoppiò un evviva assordante, e per qualche minuto attorno alla coppia venne eseguita una danza folle, sfrenata,

Poi ognuno si sbandò per proprio conto, gridando:

- Buona fortuna, Aldo! -

Ma il giovane non pareva soddisfatto di quell’inattesa avventura galante. Tuttavia, volgendosi alla sua compagna, le chiese con accento gentile, dandole del voi:

- Dove debbo condurvi, signora?

- Fatemi fare un giro per il teatro, - rispose la maschera - poi conducetemi a casa vostra. -

Lo studente sussultò.

- A casa mia? - ripeté, come se non prestasse fede ai suoi orecchi.

- Sì. Che ci trovate di strano? Non avete una casa, voi? Vivete forse in famìglia? -

Aldo si era già rimesso.

- No, - rispose - vivo solo. Ma sono povero, ed abito in una soffitta.

- Che m’importa? -

Aldo rivolse al domino uno sguardo, tra il diffidente ed il corrucciato.

Ma l’ammirazione che destava nel pubblico la sua elegante compagna, finì col lusingare il suo amor proprio.

Egli pensava:

- Costei dev’essere molto bella, e sarei un pazzo se me la lasciassi sfuggire. Forse è una gran signora, che in questa notte di carnevale vuol soddisfare un morboso capriccio. Contentiamola; io nulla ci perdo; anzi, ho tutto da guadagnare in quest’avventura! -

Prima di uscire dal teatro, Aldo passò nella guardaroba e prendere il suo soprabito.

Aldo abitava sul corso San Maurizio.

Egli e la sua compagna salirono le scale umide e sporche. Confusi rumori turbavano la sconosciuta. Erano pianti di bambini, bestemmie di uomini, grida soffocate di donne.

- Che casa è mai questa? - chiese ella.

- È una specie di alveare. - rispose Aldo - né può garbare a voi, avvezza forse ad una palazzina quieta, senza inquilini. In questa casa abitano molte famiglie, quasi tutte composto di onesti operai, che lavorano dall’alba alla sera, e solo alle feste alzano un po’ il gomito e fanno chiasso. Però vi è di buono che nessuno si occupa dei fatti altrui, ognuno vive a sé, ed io mi trovo benissimo. -

Avevano già salito cinque piani e si avviavano verso la stretta scala che conduceva alle soffitte.

Il corridoio a destra e a sinistra sembrava interminabile.

Aldo volse a sinistra, e dopo pochi passi sì trovò, a faccia a faccia con un uomo vestito da pierrot, col volto infarinato. Costui si trasse da un lato senza dire parola, e lo studente strinse il braccio della sua compagna, come per dirle che non aveva nulla da temere.

Erano giunti dinanzi all’uscio della soffitta di Aldo. Egli accese un cerino, aprì con una chiave inglese e fece passare il domino. Quando, entrato egli pure, si voltò per chiudere, vide il pierrot quasi vicino all’uscio; ma, Aldo non parlò, per non spaventare la compagna, e chiusa la porta, tirò il catenaccio.

Fatto ciò, accese un lume che era sul tavolino, indi si volse alla sconosciuta.

Costei si era seduta sopra un divano e si guardava intorno con sorpresa.

Tutto era modesto, di una pulitezza eccezionale. Le due finestre avevano cortine bianchissime, come la coperta del letto. Sul tavolino stavano i libri ben allineati; l’armadio aveva i battenti lucidi come specchi; un paravento cinese nascondeva il lavabo; la stufa di maiolica rendeva un delizioso tepore.

- Siete alloggiato come un principe! - disse la sconosciuta.

Aldo sorrise.

- Io stesso - rispose - tengo in ordine la mia roba, rifaccio il letto, spazzo, pulisco dappertutto ogni giorno per conservare bene questi quattro mobili che mia madre ha comperati con molti sacrifizi. Perché io sono povero, signora, e non lo nascondo. Ma voi non siete venuta qui per sentire la mia storia. Perdonatemi. -

Sedette accanto a lei, e con voce sommessa:

- Perché non vi levate la maschera? - disse.

Ella mormorò:

- Lasciatemi, signore, ve ne supplico! -

Poi si piegò, svenuta.

Aldo ne fu spaventato. Per farle riavere il respiro, le tolse la maschera dal viso, e mandò un grido d’ammirazione. Com’era bella!

A un tratto la sconosciuta aprì gli occhi, due occhi grigi ornati di lunghe ciglia nere, e disse con l’accento della più sincera disperazione:

- Mio Dio, che cosa ho fatto? Perché sono venuta qui? -

Aldo, stupito, rispose:

- Ci siete venuta di vostra volontà, signora. Ma io credo di avervi usato tutto il rispetto che meritate.

- No, non lo merito; ma voi siete buono, signore, e lo sarete ancora. Ah! la mia scelta è caduta bene, altrimenti sarei stata perduta per sempre! -

Si passò una manina sulla fronte e con voce interrotta:

- Se sapeste!... - proseguì. - Stasera ero come pazza: ho scoperto un tradimento che spezza tutta la mia vita di amore, di devozione, di fedeltà, e volendo calpestare l’onore di colui che mi tradisce, mi sono recata al veglione dello Scribe. Era mia intenzione di darmi al primo uomo che mi fosse piaciuto, qualunque fosse, per poter gridare oggi all’altro:

«- Anch’io ho avuto un amante! -

«Ma all’uscire con voi dal teatro ero già esaurita dallo sforzo fatto; poi, nell’entrar qui, ho avuto vergogna di me ed ho perduto i sensi. -

La giovane scoppiò in lacrime, nascondendo il bel volto sul divano.

Aldo, commosso, le rivolse parole di conforto.

La sconosciuta si era a poco a poco calmata; ella rialzò la testa, stese le mani al giovane, che le strinse fra le sue con viva simpatia.

In quel momento un grido acuto, terribile, un grido di morte risvegliò tutti gli echi del casamento e fece balzare in piedi Aldo e la sua compagna.

Al tempo stesso si udì uno sbattere di uscì, voci che chiamavano aiuto, altre che gridavano:

- All’assassino! -

Aldo si slanciò fuori e la sconosciuta lo seguì con la lucerna accesa.

E fu bene. A quel chiarore, lo studente vide il pierrot che gli passava dinanzi come una freccia, dirigendosi verso il pianerottolo per raggiungere la scala.

E dietro a quegli una voce ansante gridava:

- Fermatelo, è lui l’assassino! -

Di un salto Aldo gli fu sopra, poi, aiutato da altri inquilini sopraggiunti, lo legò come un salame.

- Bisogna ricondurlo nella stanza della sua vittima finché giungano le guardie, - disse un uomo.

- Chi ha assassinato? - chiese Aldo.

- Giulietta, la poverina, così buona e onesta!

- Ed è morta? - domandò la sconosciuta, che tutti guardavano con sorpresa, sembrando loro una strana apparizione,

- Essa non dà più segni di vita; - rispose una donna canuta - è crivellata di ferite. Mio figlio è corso a chiamare il medico.

- Andiamo a vederla; - soggiunse la sconosciuta - forse potremo soccorrerla. -

Quando la giovane apparve, seguita da Aldo, sul limitare della soffitta dove ora successo l’assassinio, tutti fecero largo.

La soffitta era rischiarata dai molti lumi portati dagli inquilini, in un angolo gemeva l’assassino, steso a terra, tutto legato.

Intorno al letto, dove era distesa l’assassinata, molte donne si accalcavano ansiose, tentando invano con gli asciugamani di arrestare il sangue che sgorgava copioso dal petto della vittima.

L’assassinata era assai giovane, e nonostante il pallore cadaverico del volto, appariva sempre bellissima.

Si capiva che era stata colpita mentre dormiva e, svegliata all’improvviso, aveva sostenuto una fiera lotta con l’assassino.

Aveva ancora fra le mani contratte alcuni lembi dell’abito del pierrot.

Ma ciò che più di tutto straziava, è che presso al letto dell’assassinata, inconscia del dramma terribile ivi successo, dormiva in una culla una bambina di forse due anni, bionda come la madre, bella come un amore.

- Sarebbe bene toglierla di lì; - disse la sconosciuta ad Aldo - la porterò nella vostra stanza e veglierò su lei. -

Sollevò la bimba senza svegliarla e, tenendola stretta al suo petto, si mosse per uscire da quella stanza.

Ma in quell’istante entrò il medico. Dietro a lui venivano guardie, delegati, un ispettore, e una folla enorme che non si riusciva a tenere indietro. La signora non poté uscire dalla soffitta.

 

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