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Giovani, e altre novelle, di Federigo Tozzi

Giovani

e altre novelle

Federigo Tozzi

Racconti, Psicologico

 

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Estratto dall'ebook:

 

Pigionali

 

Marta e Gertrude avevano la porta allo stesso pianerottolo buio; e la gente sbagliava sempre.

Marta era vedova da dieci anni, e Gertrude zitella con i capelli grigi. Stavano lì fin quasi da ragazze; ma si facevano visita soltanto le feste solenni, e poi nessuna di loro entrava più nella casa dell’altra. Anche queste visite erano brevi quanto bastava a parlare del tempo e della salute, e avvenivano la mattina dopo la messa e prima che cominciassero a preparare il pranzo.

Marta diceva:

«Mi son comprate queste stringhe per le scarpe».

«Io avevo bisogno di una sottana meno sporca.»

«Speriamo che l’anno novo passi meglio!»

«Speriamo!»

«A rivederla: io non le do più fastidio.»

«Poso il libro delle preghiere e vengo a trovare lei.»

«Vedrà: la mia casa è ancora in disordine.»

E si lasciavano.

Dopo un quarto d’ora, Gertrude suonava il campanello alla porta di Marta; la quale, aspettandola come un fastidio, correva subito ad aprire:

«Entri.»

«No, no; è meglio che non perdiamo tempo. Tutte e due abbiamo da fare.»

«Ha ragione. Come sta di salute?»

«I soliti dolori alle ginocchia, specialmente la sera. E lei?»

«Io non vedo l’ora di morire. Non posso dir altro.»

«Speriamo che Dio ci assista, come ha fatto sempre.»

«Speriamo.»

«A rivederla, signora Marta. Mi sono trattenuta anche più di quel che lei da me.»

«Non importa!Non importa! Anzi, mi ha fatto piacere.»

E né meno questa volta si davano la mano; sorridendosi, allegre.

E siccome le loro camere avevano un muro a comune, quando l’una capiva quel che faceva l’altra, allora procurava di muoversi più piano perché l’altra non sentisse lo stesso. Qualche volta capitava che, per scansare una sedia o il letto, cozzavano nello stesso tempo, e quasi nello stesso punto, la parete. E allora si fermavano ambedue, aspettando un poco.

Solo una notte, in tanto tempo, dopo essere state destate da una scossa di terremoto, si chiamarono; senza alzarsi, però:

«Signora Marta!».

«Signora Gertrude!»

«Ha avuto paura?»

«Piuttosto!»

«Anch’io.»

E non vollero dirsi altro. La mattina evitarono d’incontrarsi per le scale.

E pure tanto Gertrude che Marta non facevano che pensare sempre l’una all’altra: se fino a mezzogiorno non si erano sentite, andavano ad ascoltare alla parete.

Gertrude aveva una bella gatta tutta bianca e con gli occhi celesti, che le ricordavano il colore della sua coroncina di vetro. Marta, quando la vedeva sul pianerottolo ad aspettare che la sua padrona aprisse, entrava in casa senza rumore e faceva entrare anche lei, portandole un pezzetto di pane o di cacio; perché ci aveva i topi. Ma voleva che Gertrude non se n’avvedesse; per non fare il viso rosso. La gatta, però, non voleva saperne di cercare i suoi topi; e miagolava perché la lasciasse andare. E Marta doveva riaprire la porta.

Marta aveva in vece il campanello che suonava meno bene di quello di Gertrude; e così la sua porta bisognava spingerla due volte con forza per mettere il paletto dalla parte di dentro. Aveva anche il pavimento che tremava a camminarci sopra; mentre quello di Gertrude no. Ognuna di loro, però, credeva di avere lo stesso numero di stanze. E, con tutta la curiosità che sentivano di saperlo, non se l’erano mai domandato.

Anzi questa curiosità cominciava a doventare un sentimento ostile. Ma facevano di tutto per contenersi; per educazione. Marta era piccoletta, con gli occhi azzurri e taglienti; vestiva sempre di scuro con una gran rosa chiara sul cappello. Gertrude, in vece, aveva una faccia liscia, e un’aria tra l’idiota e il sinistro; alta, con gli occhi che bisognava dirli verdi; e i capelli gialli. Ma non era cattiva né meno lei. Del loro tempo passato non esisteva che qualche segno nei ricordi; anche la tomba del marito di Marta era doventata sempre più invisibile, con una pietra dove non leggeva più nessuno, sotto i folti ciuffi d’erba grassa e lustra. E, quand’era piovuto, l’acqua ci lasciava sopra le foglie dei cipressi.

Il loro tempo passato s’era staccato tutto da loro; ed elle s’erano avvizzite come se non avessero più potuto riceverne le linfe. In vano avrebbero tentato di riavvicinarcisi.

Ma ora, gli anni erano sempre uguali; e tanto l’una che l’altra vivevano soltanto di quel che avveniva durante una giornata. Erano contente che le stesse cose tornassero e di fare sempre gli stessi discorsi; come se li avessero dovuti imparare a mente. Se avessero dovuto esprimere un’idea di più, non sarebbero state capaci. Ecco anche perché le loro porte si rassomigliavano.

Ma, alla fine, Gertrude si ammalò: sentì ch’era per morire: ella voleva morire. Non si sarebbe rialzata da letto che a malincuore. La malattia le dava il senso piacevole dell’ozio, da cui non ci si può liberare. Diceva a tutti, come se si fosse trattato di fare un viaggio qualunque:

«Finalmente morirò!».

E sorrideva, più lunga del letto, cercando di convincere gli altri a sorridere. Ma la morte tardava. Allora ella si figurava di poter farla venire soltanto con il desiderio che ne aveva. Quando si ricordava di Marta, pensava:

“Lei vivrà ancora. Sono contenta che resti a vivere”.

Era questa una specie di vendetta che si poteva prendere; come uno, arricchendo, dicesse: non sono io, ma l’altro che è povero. Sentiva, del resto, una grande dolcezza e una grande simpatia per le cose che vedeva e per le persone che l’andavano a visitare. L’aveva anche presa la smania di fare regali a tutti. Lo diceva sempre:

«A te darò il mio anello. Perché me lo dovrei far mettere quando sarò morta? A te, le mie posate d’argento. Basta che tu mi prometta di non venderle mai. Ma a Marta, anche se verrà a trovarmi, non le darò la gatta, perché me l’ha sempre invidiata!».

Ma era stanca di vedere le pareti della camera, e sempre di più la sua impazienza cresceva, come la febbre. Alla fine, la morte venne da vero; quando Gertrude non se ne accorse né meno.

E Marta che non s’era mai arrischiata ad entrare in casa sua! Qualche volta aspettava, alle scale, la gente che esciva; per domandare le notizie della malata. Ma si raccomandava che non lo ridicessero a lei.

Non dormiva più: sapeva che, dall’altra parte del muro, in una camera come la sua, il lume ad olio restava acceso tutta la notte.

Aveva anche una gran voglia di parlarne e di compassionarla; pensando di dirle un monte di cose belle e dolci e pregando per lei: voleva che andasse in paradiso.

Ora chiamava la gatta non perché chiappasse i topi, ma perché gliela voleva governare. Le pareva così di levargliela; doventandone padrona lei.

Ma una notte sognò che Gertrude era guarita; e la vedeva passare lesta lesta, senza muovere le gambe. Dove andava? Tentò di fare anche lei lo stesso, ma non ci riescì.

Questo sogno le lasciò una grande invidia. Non ebbe oramai né meno un sentimento buono; e non dette ancora da mangiare alla gatta; per paura che Gertrude non morisse più. O se invece gliel’avesse regalata?

Come le dispiaceva di starci di casa insieme da tanto tempo! Perché l’aveva conosciuta? Poi, se la prese perché sentiva suonare il suo campanello almeno sei o sette volte al giorno.

La sua finestra di cucina la distraeva un poco, ma non gliela faceva dimenticare. Battevano le ore dalla Torre del Mangia in quel silenzio di tutta Siena; e un’eco, proprio come un altro orologio, le ripeteva fino alla campagna, con una chiarezza placida. Gli alberi dietro l’Ospedale coprivano i finestroni dei malati; e le fonti tonde degli orti sotto le mura luccicavano come specchi sbiaditi. Le colline avevano una dolcezza immobile nell’aria limpida; e la cattedrale era così candida che quando c’era troppo sole faceva male agli occhi.

Stormi di rondini empivano il cielo di strida, continuamente; giravano dietro la casa di Marta; e, poi, più vicine, quasi rasenti, in modo che si sentiva il loro volo; altri stormi venivano dalla Torre del Mangia, piegavano da una parte, tornavano a dietro, una rondine sola, da un’altra torre, passava rapidamente, a scatti; uno stormo, più piccolo e più rado, restava per ore e ore sempre nello stesso punto. Qualche campana suonava; ed ella riconosceva la chiesa.

Vedeva tanti tetti che, di là su, da sopra, parevano sospesi per aria. Le rondini andavano anche sotto le sue grondaie a fare i nidi; salendo dagli orti verdi, con qualche pesco fiorito e i cipressi sempre uguali. L’aria della primavera non le ricordava niente, ma si sentiva meglio; e ne provava tanto piacere, sapendo che Gertrude era malata e non vedeva quel che vedeva lei. Ora capiva, però, senza saperne la ragione, perché bisognava vivere: apriva la finestra e zuppava il pane nel latte bollente, tenendo la tazza senza il manico sopra il davanzale; per avere dinanzi agli occhi tutta quella serenità. Masticava piano, piano, per non fare troppo presto; pensando con gioia che anche il marito era morto. E questa era una cosa inspiegabile, perché gli aveva voluto sempre bene.

Ma sentirsi a quel modo era una felicità. Pensava: “Posso mangiare con comodo, perché non devono venire a prendermi con la bara”.

Tuttavia aveva anche lei una tristezza insolita, che le ricordava altri tempi; e rivedeva le cose lontane con una chiarezza che le parevano pitture: in certi momenti anche i fiori finti si credono veri.

Marta sentiva una vecchia anima, che parlava invece di lei; e non glielo poteva impedire. Perché i suoi ricordi avevano una vita artificiale indipendente. Ma ella si metteva a guardare la parete, di là dalla quale c’era Gertrude, con un’aria di sfida un poco paurosa; forse, non era grossa abbastanza; e, forse, la potevano vedere lo stesso. Ci tendeva i pugni contro, con rabbia; minacciandola. Non era possibile vivere senza che pensasse a Gertrude? E quando la portarono via, escì di casa e andò a sedersi in un sedile del passeggio pubblico della Lizza; ma piangeva, però, e le pareva che la bara le passasse dinanzi.

Allora, attaccò discorso con una bambinaia, provandone una grande riconoscenza, perché le parlava di tutt’altre cose.

E benché si vergognasse d’essere escita fuori, non tornò a casa prima di sera.

Per le scale, al buio, ebbe paura: mentre girava la chiave nella serratura, la gatta le si strofinò alle gambe senza miagolare. Ella gettò un grido.

Prima di addormentarsi, ma non chiuse mai le persiane perché entrasse nella camera il chiaro di luna, guardò lungo tempo la parete aspettandosi che la morta picchiasse qualche colpo con le nocche delle dita.

Due giorni dopo, salendo un’altra volta le scale, la gatta le andò incontro miagolando. Ella si chiuse, sbattendo la porta fino a rintronare tutte le stanze.

Ma le ci voleva poco a capire che ormai quella casa non era più per lei: come quando c’è entrato un ladro. Infatti le pareva che ci mancasse tutto: anche l’aria. E, allora, cominciò a stare quasi ogni giorno fuori; sedendosi nella prima panchina vuota che le capitava, sotto i rami delle piante nel giardino pubblico. Stava lì, ore intere, a guardare la gente che passava; ascoltando anche il ronzìo di una mosca. Smise perfino di porre i fiori alla tomba del marito, per non essere costretta a inginocchiarsi a quella di Gertrude. Era necessario che se ne dimenticasse, come se non l’avesse conosciuta mai! Ma la morta, in vece, era più viva di prima; e tra loro avvenivano conversazioni di una lunghezza snervante; che, alla fine, la facevano sbadigliare.

E, la sera, doveva sempre incontrare la sua gatta più magra e stenta, e così sporca che forse andava a razzolare in mezzo ai mucchi della spazzatura. Aveva fatto il corpo affilato e mencio; con il naso non più roseo e dolce, ma giallo e patito.Negli orecchi perdeva il pelo. Voleva entrare a tutti i costi dietro a lei; e miagolava anche quando la porta era stata chiusa; senza chetarsi mai in tutta la notte. La gatta che era sempre di Gertrude!

Allora, andò da un farmacista, pregandolo, sotto voce, perché si vergognava, di venderle qualche veleno. Marta, che non avrebbe dato due centesimi a nessuno, per qualunque ragione, spese mezza lira. Ma era contenta. Povera bestia! Non sarebbe morta di fame!

Tagliò dalla carne per il lesso la pelle grassa, quella che buttava via sempre, involtandoci dentro la polverina bianca. Poi chiamò la gatta, con il cuore che le tremava tra la paura e il piacere.

La gatta, afferrato il cibo e masticatolo rugliando, lo inghiottì quasi intero.

Lo spazzaturaio, trovatala stesa in fondo alle scale, la buttò dentro il suo carretto.

E Marta visse ancora cinque anni.

 

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