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Le veglie di Neri, Paesi e figure della campagna Toscana, di Renato Fucini

Le veglie di Neri

Paesi e figure della campagna Toscana

Renato Fucini

Vita familiare, Umorismo, Sociale, Racconti

 

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Estratto dall'ebook:

 

Perla

«Secondo me, siccome son tre o quattro giorni che non fa altro che passar militari che vanno alla finta battaglia, questo qui lo deve avere smarrito di certo qualche uffiziale, perché, lo so, que’ signori ci ambiscono a tenere di questi animali buffi. Ma guardi com’è festoso! Io lo terrei magari per me, ma è proprio un peccato che non abbaj punto, perché io sul barroccio ho bisogno di tenerci un cane che quando s’accosta gente si faccia sentire, se no, addio la mi’ roba. L’avrebbe a pigliar lei, vede. E a lei glielo do volentieri anche per nulla.»

Così mi diceva una mattina Pasquale barrocciaio, che incontrandomi per la strada aveva fermato il mulo per mostrarmi un bel cagnolino da lui trovato la sera avanti sul greto d’Arno, mentre era per buttarsi nell’acqua e traversare il fiume a guado.

«Lo prenderei tanto volentieri», risposi, «perché dopo esser così festoso è anche d’una razza molto rara; ma, che vuoi? fra grossi e piccini ce n’ho cinque per la casa, e non ho voglia davvero di mettermi d’intorno un’altra di queste seccature.»

«Guà! mi rincresce. A lei signoria gliel’avré dato dimolto volentieri.»

«Ti ringrazio, Pasquale.»

«O andiamo. Dunque, mi comanda nulla lei, di lassù?»

«Se vedi il sor Luigi e il sor Roberto, salutameli tanto.»

«Non pensi, sarà servito. A rivederlo signoria. Là, Giovanni, là, s’è fatto tardi.»

E accompagnando con una frustata queste ultime parole che erano rivolte al suo mulo, si allontanò.

Quello che segue, lo seppi qualche giorno dopo.

Circa due miglia lontano dal punto dove c’eravamo lasciati, Pasquale trovò da esitare il cane per una dozzina di carciofi a una famiglia di contadini che stavano lungo la via maestra. Concluso il contratto con la consegna del cane da una parte e dei carciofi dall’altra, il capoccia chiese al barrocciaio:

«Dico bene: o come si domanda egli quest’animale?».

«Io lo chiamavo Pillàcchera, perché quando lo trovai era più lercio del fruciandolo del forno; ma se poi questo nome non vi garbasse...»

«E allora si chiamerà Pillàcchera anco noi. To’, Pillàcchera, to’.»

E il canino corse a leccare la mano del nuovo padrone che lo menò in casa.

Il povero Pillàcchera non dette nel genio al resto della famiglia: ed anche lo stesso capoccia, dopo il mezzogiorno, aveva già cominciato a lavorare di pedate alla sua usanza, perché l’aveva visto ricusare un pezzo di pan nero e non aveva voluto abbaiare dietro al calesse del fattore.

Ai giovani non piacque, perché quando si doveva prendere un cane, dissero loro, era meglio prenderlo da caccia.

La massaia poi era implacabile. Con quella dozzina di carciofi attraverso all’anima, diceva che cani a quella maniera non n’aveva mai visti; ma sopra tutto, poi, quel pelo lungo che gli nascondeva affatto gli occhi, era per lei qualche cosa che non le voleva andar giù in nessuna maniera.

Pillàcchera passò la giornata fra ‘l dolore d’una pedata e la paura d’averne un’altra. Finalmente, sulla sera, la famiglia si radunò tutta in cucina per la cena. Dopo aver messo in tavola il tegame della minestra, la massaia s’accostò al capoccia che stava pensieroso nel canto del fuoco, e gli disse in tono burbero all’orecchio:

«O voi l’avete preso l’ulivo benedetto?».

«Per che farne?»

«A voi; e tenetevelo addosso, vecchio grullo! e datene una foglia per uno anche a que’ ragazzi.»

Si misero a tavola serî e molto sospettosi, serrandosi l’uno addosso all’altro, perché ormai, col calar della sera, s’era fortemente insinuato nell’animo di tutti il dubbio d’essersi messi le streghe in casa. Masticavano scongiuri, facevan corna ad ogni momento, e pareva loro mill’anni d’arrivare in fondo alla cena per dire il rosario.

In un momento di silenzio, Pillàcchera, che s’era rintanato sotto la madia, stimolato dalla fame, escì di là sotto adagio adagio e inosservato; e cercando forse di mettere a profitto una delle sue abilità per intenerire i nuovi padroni, si mise in mezzo alla stanza, ritto sulle gambe di dietro.

Un grido straziante escì dal petto della massaia; tutti impallidirono e quasi fuori di sé si precipitarono spaventati, facendosi segni di croce e urlando «misericordia!», verso un crocifisso che pendeva ad una parete della stanza.

Pillàcchera rientrò spaurito sotto la madia.

«Animo, Angiolo!», disse il capoccia al maggiore de’ suoi figlioli. «Io, con quell’animale in casa la nottata non la passo. Fànne quel che ti pare, ma levamelo di lì.»

Angiolo non rispose.

Il capoccia che intese di che si trattava, replicò:

«Se hai paura, piglia con te chi ti pare, ma levami quella bestia di casa, se no mi danno».

Angiolo legò il cane con una cordicella e s’avviò, strascinandoselo dietro, verso l’uscio, fra le imprecazioni dei rimasti, mentre la massaia non trovando altro che le venisse alle mani o forse annettendoci qualche importanza antidiabolica, si levò uno scarpone di vacchetta e lo tirò con tanta rabbia contro il povero Pillàcchera, che lo ridusse ad allontanarsi zoppicando e mandando lamentosi guaiti.

Angiolo ed il suo compagno tornarono presto e con aria molto soddisfatta; la cena fu terminata tranquillamente, ed il rosario, cotesta sera, fu detto di quindici poste.

Il giorno dipoi, su tutte le cantonate del paese vicino si leggeva quest’avviso:

 

Quattrocento lire di cortesia a chi riporterà al Comando militare una cagnolina maltese di pelame bianco finissimo, che risponde al nome di Perla. Oltre che alla detta somma, colui che la riporterà, avrà diritto alla imperitura gratitudine del proprietario.

 

Passarono tre giorni, e nessuno comparve al Comando militare.

Intanto, nella famiglia dei contadini, dopo che ebbero saputo dell’avviso, seguirono violentissime scene che dettero poi motivo al padrone di licenziarli dal podere ed alla massaia di convincersi sempre più che il diavolo in forma di cane era stato in casa sua.

Quello stesso giorno fu veduto un Colonnello d’artiglieria percorrere ansante le vie del paese, parlare concitato con Pasquale e dopo poco, con aria lietissima, entrare con lui in un legno di vettura e prendere la via della campagna.

Il vento della mattina, impregnato del profumo dei fiori di mandorlo, si divertiva ad arruffare i folti baffi del Colonnello, tutto buonumore, offrendo a Pasquale un sigaro d’avana gli domandava:

«Che è molto distante?».

«Neanche quattro miglia. In una mezz’ora siamo lassù.»

«E l’avranno sempre loro, ne siete proprio sicuro?»

«Perdinci bacco! o che n’hanno a aver fatto?»

In un trasporto d’allegrezza il Colonnello abbracciò Pasquale; gli parlò dell’affezione di sua figlia per la piccola Perla e dello stato di disperazione nel quale da tre giorni si trovava; lodò il sistema toscano della mezzeria e parlò con entusiasmo dell’indole mite e de’ costumi semplici e patriarcali de’ nostri contadini.

Il cavallo intanto divorava la via a trotto serrato, e dopo poco, di sopra ad una svoltata a secco della strada, dalla quale si dominava la vallata, Pasquale gridò:

«Eccola laggiù!».

«Chi?», domandò con impeto il Colonnello.

«La casa...»

Dieci minuti dopo erano già arrivati. Il Colonnello tirò fuori il portafogli perché era impaziente di ricompensare, così diceva lui, quelle buone creature; saltò dal legno e tutto lieto corse incontro alla massaia che era comparsa arcigna sulla porta. Dopo che ebbero scambiato fra loro poche parole, la massaia rientrò in casa brontolando e voltandosi indietro a squadrare sospettosa il Colonnello che immobile e taciturno era rimasto a guardarla con le braccia incrociate sul petto.

Pasquale, che aveva osservato attento quella scena scacciando le mosche al cavallo: «Dio del cielo!», gridò a un tratto spaurito, «o che è stato?».

«Queste buone creature!...», esclamò il Colonnello con angosciosa ironia. «Queste buone creature!» E stringendo convulsamente il portafogli, tornò frettoloso alla vettura...

La povera Perla, sotto il nome di Pillàcchera, già da tre giorni dormiva accanto alle radici d’un olivo, con la testa fracassata da un colpo di vanga.

 

In quella casa ora ci si sente, e nessuno dei dintorni s’azzarderebbe a dormir solo in una certa camera, nemmeno per tutto l’oro del mondo. Eccone le cause.

Dopo quel fatto, ogni volta che un cane passava davanti alla casa del contadino, tutti gli uomini gli erano dietro per prenderlo: ma per qualche tempo fu possibile d’agguantarne nemmeno uno. Finalmente uno si lasciò prendere, ma con gran fatica, e dopo aver addentato ripetutamente il capoccia alle gambe ed alle mani.

Costui aspettò ansioso il desiderato avviso su le cantonate, ma comparve invece un certo malarello che in tre giorni lo mandò nel mondo di là, senza che nemmeno al Priore potesse riuscire di fargli prendere l’ostia consacrata.

«Neanche nell’acqua! capisce?», mi diceva Pasquale con gli occhi stralunati dallo spavento, «neanche nell’acqua, Dio del cielo! ci fu verso di fargliela ingozzare! E quando la vedeva: mugli che pareva un liofante... Arrabbiato?... O senta, veh! il dottore è padrone di dire quel che gli pare e piace; ma quello lì, e giocherei la testa, è morto, Gesù ci liberi tutti, dannato!»

 

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