Un Vampiro

Luigi Capuana

Horror, Racconti

 

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Estratto dall'ebook:

 

Un vampiro

 

“Non spazientirti. Ascolta. Durante la mia dimora di tre anni a Buenos Aires, non aveva più avuto nessuna notizia di Luisa. Piovutami dal cielo quell’eredità di uno zio che non s’era mai fatto vivo con me, tornai in Europa, corsi a Londra... e con dugentomila lire di cartelle della Banca d’Inghilterra volai qui... dove mi attendeva il più doloroso disinganno. Luisa era sposa da sei mesi! Ed io l’amavo più di prima!... La povera creatura aveva dovuto cedere alle insistenti pressioni dei suoi. Ci mancò poco, te lo giuro, che non commettessi una pazzia. Questi particolari, vedrai, non sono superflui... Commisi però la sciocchezza di scriverle una focosissima lettera di rimproveri, e di spedirglierla per posta. Non avevo previsto che potesse capitare in mano del marito. Il giorno dopo egli si presentò a casa mia. Compresi subito l’enormità del mio atto e mi proposi di esser calmo. Era calmo anche lui.

«Vengo a restituirle questa lettera» mi disse. «Ho aperto sbadatamente, non per indiscrezione, la busta che la conteneva; ed è stato bene che sia accaduto così. Mi hanno assicurato che lei è un gentiluomo. Rispetto il suo dolore; ma spero che lei non vorrà turbare inutilmente la pace di una famiglia. Se può fare lo sforzo di riflettere, si convincerà che nessuno ha voluto arrecarle del male volontariamente. Certe fatalità della vita non si sfuggono. Lei intende qual è ormai il suo dovere. Le dico intanto, senza spavalderia, che son risoluto a difendere a ogni costo la mia felicità domestica».

Era impallidito parlando e gli tremava la voce. «Chiedo perdono dell’imprudenza» risposi. «E, per meglio rassicurarla, le dico che domani partirò per Parigi».

Dovevo essere più pallido di lui; le parole mi uscivano a stento di bocca. Mi stese la mano; gliela strinsi. E mantenni la parola. Sei mesi dopo, ricevevo un telegramma di Luisa: «Sono vedova. T’amo sempre. E tu?». Suo marito era morto da due mesi”.

“Il mondo è così: la disgrazia di uno forma la felicità di un altro”.

“È quel che egoisticamente pensai anch’io; ma non sempre è vero. Mi era parso di toccare il cielo col dito la sera delle nozze e durante i primi mesi della nostra unione. Evitammo, per tacito accordo, di parlare di colui. Luisa aveva distrutto ogni traccia del morto. Non per ingratitudine, giacché quegli, illudendosi di essere amato, aveva fatto ogni sforzo per renderle lieta la vita; ma perché temeva che l’ombra di un ricordo, anche insignificante, potesse dispiacermi. Indovinava giusto. Certe volte, il pensiero che il corpo della mia adorata era stato in pieno possesso, quantunque legittimo, di un altro mi dava tale stretta al cuore, che mi faceva fremere da capo a piedi. Mi sforzavo di nasconderglielo. Spesso però l’intuito femminile velava di malinconia i begli occhi di Luisa. E per ciò la vidi raggiante di gioia, quando ella fu sicura di potermi annunciare che un frutto del nostro amore le palpitava nel seno. Ricordo benissimo: prendevamo il caffè, io in piedi, ella seduta con una posa di dolce stanchezza. Fu quella la prima volta che un accenno al passato le sfuggì dalle labbra.

«Come sono felice» esclamò «che questo sia avvenuto soltanto ora!».

Si udì un gran colpo all’uscio, quasi qualcuno vi avesse picchiato forte col pugno. Trasalimmo. Io corsi a vedere, sospettando una sbadataggine della cameriera o di un servitore; nella stanza allato non c’era nessuno”.

“Vi sarà parso colpo di pugno qualche schianto forse prodotto nel legno dell’uscio dal calore della stagione”.

“Diedi tale spiegazione, visto il turbamento grandissimo di Luisa; ma non ne ero convinto. Un forte senso di impaccio, non so definirlo altrimenti, si era impossessato di me e non riuscivo a celarlo. Stemmo alcuni minuti in attesa. Niente. Da quel momento in poi, però, notai che Luisa evitava di rimaner sola; il turbamento persisteva in lei, quantunque non osasse di confessarmelo, né io di interrogarla”.

“E così, ora comprendo, vi siete suggestionati, inconsapevolmente, a vicenda”.

“Niente affatto. Pochi giorni dopo io ridevo di quella sciocca impressione; e attribuivo allo stato interessante di Luisa l’eccessivo eccitamento nervoso che traspariva dai suoi atti. Poi parve tranquillarsi anch’essa. Avvenne il parto. Dopo qualche mese però, mi accorsi che quel senso di paura, anzi di terrore, l’aveva ripresa. La notte, tutt’a un tratto, ella si avvinghiava a me, diaccia, tremante. «Che cosa hai? Ti senti male?» le domandavo ansioso. «Ho paura... Non hai udito?». «No». «Non odi?...» insistette la sera appresso. «No». Invece quella volta udivo un fioco suono di passi per la stanza, su e giù, attorno al letto; dicevo di no per non atterrirla di più. Levavo il capo, guardavo... «Dev’essere entrato qualche topo in camera...». «Ho paura!... Ho paura!». Per parecchie notti, ad ora fissa prima della mezzanotte, sempre quello scalpiccio, quell’inesplicabile andare e venire, su e giù, di persona invisibile, attorno al letto. Lo attendevamo”.

“E le fantasie riscaldate facevano il resto”.

“Tu mi conosci bene; non sono uomo da essere eccitato facilmente. Facevo il bravo anzi, per riguardo di Luisa; tentavo di dare spiegazioni del fatto: echi, ripercussioni di rumori lontani; accidentalità della costruzione della villa, che la rendevano stranamente sonora... Tornammo in città. Ma, la notte appresso, il fenomeno si riprodusse con maggior forza. Due volte la spalliera appiè del letto venne scossa con violenza. Balzai giù, per osservar meglio. Luisa, rannicchiata sotto le coperte, balbettava: «È lui! È lui!»”.

 

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