Una peccatrice

Una peccatrice

Una peccatrice,

“Una peccatrice” narra la storia di Pietro e Narcisa. Pietro è un giovane di Catania, studente  di legge e con passioni letterarie, che si innamora perdutamente di una donna incontrata durante una passeggiata ai giardini pubblici della città. La donna si chiama Narcisa Valderi ed è la moglie del conte di Prato ma sembra non accettare la corte assidua del giovane che, desideroso di riscattarsi, compone in breve tempo un dramma che lo rende subito celebre.
Grazie alla notorietà ottenuta egli conquista la donna che gli si dona completamente. Ma dopo un periodo assai breve di grande felicità ed esaltazione, Narcisa si rende conto che il giovane inizia a stancarsi del suo ossessivo e sfrenato amore.
L’opera è in gran parte autobiografica. Emerge tuttavia in essa l’esigenza della narrazione staccata e impersonale che lo scrittore stesso enuncerà in seguito come la propria linea programmatica.
Nel libro la biografia dell’autore ed una scheda sul Verismo.


In una bella sera degli ultimi di maggio, due giovanotti, tenendosi a braccetto, passeggiavano pel gran viale del Laberinto che dovea trasmutarsi in Villa Pubblica, con quella oziosità noncurante che forma il carattere degli studenti e dei giovanotti che non hanno ancora le pretensioni di dandys.

Passeggiavano da quasi cinque minuti in silenzio, quando una signora, abbigliata con gusto squisito, appoggiandosi con il molle e voluttuoso abbandono che posseggono solo le innamorate o le spose nella luna di miele, al braccio di un uomo, anch’esso molto elegante, passò loro dinanzi; e lo strascico della sua lunghissima veste sfiorò i calzoni del giovane alto e bruno che stava a diritta, il quale non sembrò accorgersene.

«La bella donna!», esclamò il suo compagno, un giovane biondo, come per rompere quel silenzio, che durava da un pezzo.

L’altro, istintivamente, alzò il capo e guardò la signora, che, o naturalmente, o per l’istinto della donna, avea volto a metà il viso verso di loro, parlando con l’uomo che l’accompagnava.

Il bruno sembrò esaminarla di un lungo sguardo dalla piuma del suo cappellino, che scherzava coi ricci dei suoi magnifici capelli cadenti sin quasi sulle sopracciglia, alla punta del suo piccolo piede, chiuso in stivaletti di seta nera, che allora, forse per la più squisita civetteria, l’ampia guarnizione della veste lasciava scoperto sino al basso di una gamba sottile e ben modellata.

«Sì, molto bella!», diss’egli, come rispondendo a se stesso.

E, malgrado che tentasse immergersi di nuovo nei pensieri che lo tenevano sì preoccupato un momento innanzi, due o tre volte alzò gli occhi a fissare la veste, che ancora strisciava lontana sulla sabbia del viale.

Alla porta ella montò nella carrozza che l’aspettava, e partì.

«Ella non dev’essere siciliana»; ripigliò il bruno, che si chiamava Piero.

«Chi te lo dice?»

«Tutto: il suo genere d’eleganza, la sua andatura… il modo stesso con cui accolse la tua esclamazione.»

«L’ha udito dunque!», mormorò il biondo, arrossendo come un collegiale.

«Raimondo, amico mio, sarai sempre un ragazzetto su questo argomento. Credi dunque che quando una bella donna ti passa dinanzi badi ad ascoltare le sciocchezze che le sussurra un imbecille qualunque sotto il naso?»

«Ma quest’imbecille può anche essere un amante… e allora…»

«E allora ragion dippiù per ascoltare ciò che si dice di lei, quale impressione desta passando, per poi fare un presente all’innamorato delle tue osservazioni (se sono favorevoli però, bada!) sotto il pretesto di riderne; presente che deve rendere innamorato quel povero allocco per dieci gradi dippiù.»

Raimondo rise dell’osservazione; e ambedue proseguirono a passeggiare in silenzio.

All’ingresso del giardino si separarono, colla tacita promessa, data nella più tacita stretta di mano, di rivedersi l’indomani.

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