Sandokan alla riscossa

Sandokan alla riscossa

Sandokan alla riscossa,

“Sandokan alla riscossa” è il settimo romanzo del ciclo indo-malese scritto da Emilio Salgari.
Yanez, divenuto Re dell’Assam, è pronto a lottare nuovamente al fianco di Sandokan che rivendica la restituzione del proprio regno usurpatogli dagli inglesi. Sandokan e Yanez si battono, nuovamente insieme, contro i terribili tagliatori di teste del Borneo e contro gli intrighi del greco Teotokris. Dopo molte avventure, lotte con caimani, pitoni e scampati miracolosamente alle frecce avvelenate, i nostri eroi riusciranno comunque a spuntarla anche questa volta grazie all’aiuto prezioso della tribù di negritos, addestrata dall’amico Kammamuri. Nuove avventure e mille intrighi si susseguono in questo romanzo, tra il grido di vendetta dei pirati e l’isola di Mompracem, sempre nei loro cuori.


Un lampo accecante che mostrò per qualche momento le nubi tempestose sospinte da un vento furiosissimo, illuminò la baia di Maludu, una delle più ampie insenature che s’aprano sulla costa settentrionale del Borneo, oltre il Canale di Banguey. Seguì un tuono spaventevole che durò parecchi secondi e che parve lo scoppio di una ventina di cannoni.

Gli altissimi pombo dalle enormi arance, le splendide arenghe saccarifere, gli upus dal succo velenoso, le gigantesche foglie dei banani e delle palme dentellate si piegarono, poi si contorsero furiosamente sotto una raffica terribile che s’addentrò, con impeto irresistibile, sotto le immense foreste.

La notte era calata già da parecchie ore, una notte oscurissima, senza stelle e senza luna, e che solamente i lampi di quando in quando, ad intervalli lunghissimi, illuminavano.

Pareva che fosse lì lì per scoppiare uno di quei formidabili cicloni, che sono così temuti da tutti gli isolani delle grandi terre della Sonda, eppure degli uomini, noncuranti delle furie del vento, de’ tuoni, e degli imminenti rovesci d’acqua, vegliavano sotto le tenebrose foreste che circondavano tutta la profonda insenatura di Maludu. Quando un lampo rompeva le tenebre, si scorgevano delle ombre umane alzarsi in mezzo ai cespugli per spingere a quella luce più lontano gli sguardi e, quando il tuono cessava di rumoreggiare in mezzo alle tempestose nubi, si udivano delle parole sotto la foresta: – Ancora nulla? –

– No! –

– Che cosa fa Sambigliong? –

– Non torna –.

– Che l’abbiano ucciso? –

– Non è un uomo da lasciarsi cogliere. Un vecchio malese come lui!… –

– La Tigre della Malesia si impazientirà –.

– Ma che? Sa bene che presto o tardi prenderà quel cane di Nasumbata!… E poi fidatevi dei dayaki di terra!… Sono più vili dei negritos! – Una voce imperiosa dominò quel chiacchierio.

– Silenzio!… Coprite le batterie delle vostre carabine! – Un altro vivissimo lampo ruppe in quel momento le tenebre, facendo scintillare per qualche istante, al di sotto delle gigantesche foglie, le canne di numerose carabine e lo splendido acciaio dei parang e dei kampilang appesi alle cinture di quegli uomini imboscati.

Una raffica furiosa si rovesciò in quel momento sulla foresta, torcendo non solo i rami, ma perfino i tronchi sottili ed elastici delle palme e facendo danzare disordinatamente le liane rotang ed i lunghissimi nepentes, i cui fiori splendidi, in forma di vaso, erano ormai stati portati via.

Cominciava a piovere: non erano semplici gocce che cadevano. Erano veri getti d’acqua, i quali, cadendo sulle foglie, producevano un fragore simile a quello della grossa grandine.

Ad un tratto, in mezzo ai formidabili fragori della tempesta, una voce secca si fece udire: – Eccomi, Tigre della Malesia! – Un vecchio malese dal volto assai rugoso, che indossava un semplice sarong di cotone rosso, che gli stringeva i fianchi scendendogli fino alle ginocchia e che impugnava una splendida carabina indiana col calcio intarsiato di laminette d’argento e di madreperla, era improvvisamente sbucato da un folto cespuglio.

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