La coscienza di Zeno

La coscienza di Zeno
La coscienza di Zeno, Italo Svevo
Nel 1919 Italo Svevo inizia a scrivere il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno, che pubblicherà nel 1923 presso l’editore Cappelli di Bologna.
Joyce che legge il romanzo e lo apprezza, consiglia l’amico di inviarlo a certi critici francesi che dedicheranno, nel 1926, alla Coscienza di Zeno e agli altri due romanzi la maggior parte del fascicolo della rivista Le navire d’argent. Ma intanto anche in Italia, qualcosa si smuove e sulla rivista milanese L’esame esce, nel 1925, un intervento di Eugenio Montale intitolato Omaggio a Italo Svevo.
Il romanzo si presenta come la confessione di Zeno Cosini, scritta per aiutare il suo psicanalista a curarlo. La narrazione, svolta in prima persona, si articola in alcuni punti fondamentali fra cui la morte del padre, il fumo, e il rapporto con la moglie. Non segue un ordine cronologico ma piuttosto un ordine dettato dai rapporti logici e analogici tra gli episodi ricordati.
L’opera riassume l’esperienza umana di Zeno, il quale racconta la propria vita in modo così ironicamente disincantato e distaccato che l’esistenza gli appare tragica e insieme comica. Zeno ha maturato delle convinzioni (la vita è lotta; l’inettitudine non è più un destino individuale, come sembrava ad Alfonso o a Emilio, ma è un fatto universale; la vita è una “malattia”; la nostra coscienza un gioco comico e assurdo di autoinganni più o meno consapevoli) e in forza di tali assunti il protagonista acquista quella saggezza necessaria per vedere la vita umana come una brillante commedia e per comprendere che l’unico mezzo per essere sani è la persuasione di esserlo. Essa è caratterizzata da un’architettura particolare: il romanzo, nel senso tradizionale non c’è più; subentra il diario, in cui la narrazione si svolge in prima persona e non presenta una gerarchia nei fatti narrati, a ulteriore conferma della frantumazione dell’identità del personaggio narrante. Il protagonista, infatti, non è più una figura a tutto tondo, un carattere, ma è una coscienza che si costruisce attraverso il ricordo, ovvero di Zeno esiste solo ciò che egli intende ricostruire attraverso la sua coscienza.
Questo romanzo conclude la serie di opere sul tema dell’inettitudine iniziato in Una vita e successivamente sviluppato in Senilità: a differenza dei suoi predecessori, Nitti e Brentani, il protagonista Cosini riesce a superare la malattia ed il complesso di inferiorità.
La “malattia” di Zeno gli impedisce di identificarsi con il mondo normale. Egli prende tuttavia conoscenza di queste sue imperfezioni; per questo è ben lieto di modificare le proprie esperienze. Gli altri uomini, invece, convinti di essere perfetti, restano cristallizzati in una condizione di immutabilità, ovvero negano ogni possibile miglioramento. Il processo di guarigione del protagonista si baserà quindi in buona parte su una presa di coscienza nei confronti della propria personalità e si realizzerà nell’accettazione dei propri limiti.
Zeno, il protagonista dell’opera, proviene da una famiglia ricca e vive nell’ozio ed in un rapporto conflittuale con il padre, che si rifletterà su tutta la sua vita. Nell’amore, nei rapporti coi familiari e gli amici, nel lavoro, egli prova un costante senso di inadeguatezza e di “inettitudine”, che interpreta come sintomi di una malattia.
Particolarmente interessante è la concezione che Zeno ha di sé a confronto con gli altri personaggi (le tre sorelle, il padre, Guido Speier, Enrico Copler…): egli sa di essere malato e considera gli altri “sani”, ma proprio perché questi ultimi sanno di esser “normali” tendono a rimanere cristallizzati nel loro stato, mentre Zeno, inquieto, si considera un inetto e per questo è disposto al cambiamento e a sperimentare “nuove forme di esistenza”. Sulla base di questa convinzione egli finisce col ribaltare il rapporto tra sanità e malattia: l’inettitudine si configura come una condizione aperta, disponibile ad ogni forma di sviluppo; e di conseguenza la sanità si riduce ad un difetto, l’immutabilità.
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