I pirati della Malesia

I pirati della Malesia

I pirati della Malesia,

Il vento soffiava già dall’est con grande violenza ruggendo su tutti i toni fra l’attrezzatura della nave. La nube nera aveva preso proporzioni gigantesche coprendo quasi interamente la volta celeste. Nel suo seno brontolava incessantemente il tuono correndo all’impazzata da levante a ponente.

La Young-India era un magnifico tre-alberi che portava ancora bene i suoi quindici anni.

La sua costruzione leggera ma solida, lo sviluppo veramente enorme di vele, lo scafo a prova di scoglio ricordavano uno di quegli audaci violatori di blocco che ebbero una parte così importante, e che può chiamarsi leggendaria, nella guerra americana.

Partito il 26 agosto del 1856 da Calcutta con un carico di rotaie di ferro destinato a Sarawak e montato da quattordici marinai, da due ufficiali e dai sei passeggeri, grazie alla sua velocità e ai buoni venti era giunto in meno di tredici giorni nelle acque del mar malese e precisamente in vista della temuta isola di Mompracem, un covo di pirati da cui bisognava ben guardarsi.

Sfortunatamente. La tempesta stava per scoppiare. Il mare esigeva il suo tributo prima che la traversata si completasse, e si vedrà in seguito quale sorta di tributo!

Alle otto di sera l’oscurità era quasi completa. Il sole era scomparso in mezzo alle nuvole e il vento cominciava a soffiare con veemenza estrema, facendo udire ruggiti formidabilmente.

Il mare, agitato sino agli estremi limiti dell’orizzonte, montava rapidamente. Ondate enormi, irte di spuma, si formavano come per incanto cozzando e ricadendo, infrangendosi rabbiosamente contro Mompracem, la quale ergeva la sua massa cupa e sinistra fra le tenebre.

La Young-India correva bordate, ora lanciandosi sulle mobili montagne a squarciare coi suoi alberetti la caliginosa massa delle nubi, ora precipitandosi negli avvallamenti dai quali penava ad uscire.

I marinai scalzi, coi capelli al vento, i volti contratti, mormoravano in mezzo all’acqua che non trovava sfogo sufficiente negli ombrinali. Comandi e bestemmie si mescolavano ai sibili della tempesta.

Alle nove di sera il tre-alberi, sballottolato come un giocattolo, anzi come un semplice fuscello di paglia, era nelle acque di Mompracem.

Malgrado tutti gli sforzi di mastro Bill, che rompevasi le mani sulla ribolla del timone, la Young-India fu trascinata tanto vicina alla costa irta di scogliere, d’isolotti madreporici e di bassi fondi, da temere che vi si infrangesse contro.

Il capitano Mac Clintock, con suo grande terrore, scorse numerosi fuochi accesi fra le sinuosità della spiaggia, e, al chiaror di un lampo, ritto sull’estremo ciglione d’una gigantesca rupe che cadeva a piombo sul mare scorse pure un uomo d’alta statura, con le braccia incrociate sul petto, immobile fra gli elementi scatenati.

Gli occhi di quell’uomo, che sfolgoravano come carboni accesi, si fissarono su di lui in modo strano. Gli parve anzi che alzasse un braccio e gli facesse un gesto amichevole. L’apparizione del resto durò pochi secondi. Le tenebre tornarono a farsi fitte e un colpo di vento allontanò rapidamente la Young-India dall’isola.

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La storia può essere considerata una sorta di seguito de “I misteri della jungla nera”. Scopriamo che Suyodhana ha massacrato il padre di Ada, e che Tremal-Naik è stato fatto prigioniero dagli inglesi. Kammamuri, però, riesce a fuggire dalla nave in cui era prigioniero, e approda a Mompracem, supplicando Sandokan e Yanez di liberare il padrone.
Le vicende narrate in questo romanzo fanno parte del “Ciclo dei pirati della Malesia” composto anche da “I misteri della jungla nera”, “Le Tigri di Mompracem”, “Le due Tigri”, “Il re del mare” ed altri romanzi scritti da Salgari.

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