Cosima

Cosima
Cosima, Grazia Deledda
La narrativa della Deledda si basa su forti vicende d’amore, di dolore e di morte sulle quali aleggia il senso del peccato, della colpa, e la coscienza di una inevitabile fatalità.
È stata ipotizzata una somiglianza con il verismo di Giovanni Verga ma, a volte, anche con il decadentismo di Gabriele D’Annunzio, oltre alla scrittura di Lev Nikolaevič Tolstoj e di Honoré de Balzac di cui tra l’altro la Deledda tradusse in italiano l’Eugenia Grandet.
Tuttavia la Deledda esprime una scrittura personale che affonda le sue radici nella conoscenza della cultura e della tradizione sarda, in particolare della Barbagia.
La critica in generale tende a incasellare la sua opera di volta in volta in questo o in quell’-ismo: regionalismo, verismo, decadentismo… Altri critici invece preferiscono riconoscerle, com’è dovuto ai grandi autori, l’originalità della sua poetica: per quanto ben inserita nel contesto del Novecento europeo, essa tutto sfiora, senza a niente appartenere. Nonostante la grande autrice abbia scritto in italiano si potrebbe tuttavia dire che appartiene alla letteratura sarda.
Il sapore vagamente verista della sua produzione le procurò le antipatie degli abitanti di Nuoro, in cui le storie erano ambientate. I suoi concittadini erano infatti dell’opinione che descrivesse la Sardegna come terra grezza ed arretrata. In realtà non era intenzione della Deledda assumersi un impegno sociale come quello che spesso caratterizzò il Verismo.
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